Sommario
La tecnologia è diventata uno degli strumenti attraverso cui aziende e organizzazioni cercano di utilizzare meglio le proprie risorse. Sensori, dispositivi connessi, software e sistemi di analisi permettono di monitorare consumi e processi, intervenire a distanza, ridurre alcuni spostamenti e utilizzare i dati per individuare inefficienze che altrimenti rimarrebbero nascoste. La digitalizzazione può quindi contribuire agli obiettivi di sostenibilità, ma porta con sé un paradosso: anche la tecnologia consuma energia e materie prime, produce emissioni e, alla fine del proprio ciclo di vita, genera rifiuti elettronici.
L’impatto, inoltre, comincia molto prima che uno smartphone, un tablet o un terminale diventino un rifiuto. Per produrre i dispositivi occorrono materie prime ed energia, mentre applicazioni cloud, servizi digitali, archiviazione dei dati e intelligenza artificiale si appoggiano a infrastrutture fisiche che devono essere alimentate continuamente. Il Digital Economy Report 2024 di UNCTAD offre un’indicazione interessante delle dimensioni di questo fenomeno: secondo i dati riportati nel documento, la produzione di un computer del peso di 2 kg richiede circa 800 kg di materie prime; considerando l’intero ciclo dalla produzione allo smaltimento, per uno smartphone ne vengono indicate circa 70 kg. Lo stesso rapporto evidenzia come circa l’80% delle emissioni di gas serra associate a uno smartphone derivi dalla fase produttiva. Si tratta di valori riportati da UNCTAD nel rapporto pubblicato nel 2024 sulla base delle fonti richiamate nel documento, non di misurazioni effettuate nel 2026.
È all’interno di questa contraddizione che assume significato il concetto di sostenibilità digitale: da una parte ridurre l’impatto ambientale delle tecnologie che utilizziamo, dall’altra sfruttare il digitale per contribuire a processi più sostenibili. Per un’azienda significa tradurre un tema molto ampio in decisioni concrete: quale dispositivo acquistare, quanto a lungo utilizzarlo, come mantenerlo efficiente e quando sostituirlo realmente. Perché se la tecnologia ha un costo ambientale, una delle domande da porsi riguarda inevitabilmente anche quanto e come utilizziamo ciò che abbiamo già.
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Tecnologia e sostenibilità, le due facce della digitalizzazione
La crescita dei servizi digitali rende particolarmente evidente la prima faccia del problema. Dietro attività che percepiamo come immateriali esistono data center, reti e infrastrutture che consumano energia. Secondo il rapporto Energy and AI dell’International Energy Agency, nel 2024 i data center hanno utilizzato circa 415 TWh di elettricità, pari a circa l’1,5% del consumo elettrico mondiale. Nello scenario di base elaborato dall’IEA, questa domanda potrebbe più che raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 TWh. Quest’ultimo valore non descrive naturalmente un consumo già registrato: è una proiezione e l’IEA sottolinea le incertezze legate, tra gli altri fattori, alla diffusione dell’intelligenza artificiale e all’evoluzione dell’efficienza di hardware e software.
Sarebbe però incompleto fermarsi qui. La stessa infrastruttura digitale che richiede energia consente anche di raccogliere informazioni e intervenire su processi che in passato erano molto più difficili da controllare. Un sensore può segnalare un’anomalia prima che diventi un guasto, un dispositivo connesso può essere verificato senza attendere che arrivi fisicamente in assistenza, i dati possono aiutare a ottimizzare percorsi, consumi e attività. Anche nel nostro settore abbiamo affrontato questo rapporto parlando di logistica green e magazzino sostenibile: automazione e digitalizzazione non sono sostenibili per definizione, ma possono diventare strumenti attraverso cui utilizzare in modo più efficiente risorse, spazi e processi.
È questa doppia prospettiva a rendere la sostenibilità digitale un tema meno lineare di quanto possa sembrare. Non basta introdurre una nuova tecnologia per poter attribuire automaticamente un beneficio ambientale, così come il suo consumo energetico non basta a definirne da solo l’impatto complessivo. Occorre considerare ciò che avviene lungo il ciclo di vita, le risorse necessarie alla produzione, il modo in cui la tecnologia viene utilizzata e ciò che permette eventualmente di evitare o ottimizzare. Il principio vale per le grandi infrastrutture digitali, ma diventa molto concreto quando lo applichiamo agli oggetti che ogni giorno utilizziamo in magazzini, stabilimenti, punti vendita e attività sul campo.
Mobile computer, tablet, scanner, stampanti e altri dispositivi elettronici professionali vengono acquistati per svolgere un compito e spesso rimangono in servizio per anni. Durante questo periodo possono richiedere aggiornamenti, nuove batterie, riparazioni o interventi software; prima o poi arriverà anche il momento della sostituzione. È proprio qui che il tema ambientale comincia a incrociare direttamente la gestione aziendale della tecnologia, perché ogni nuovo dispositivo prodotto dovrà, un giorno, essere gestito anche alla fine della propria vita utile.
Rifiuti elettronici ed e-waste, il costo nascosto della tecnologia
La crescita del numero di dispositivi porta con sé quella dei rifiuti elettronici, o e-waste, una delle conseguenze più visibili della diffusione tecnologica. Per evitare di confondere la data di pubblicazione con quella dei dati, il riferimento internazionale più recente che utilizziamo qui è il Global E-waste Monitor 2024, pubblicato da ITU e UNITAR nel marzo 2024 ma costruito sui dati globali consolidati del 2022. In quell’anno sono stati generati nel mondo 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, equivalenti a circa 7,8 kg per abitante; soltanto il 22,3% risulta documentato come formalmente raccolto e riciclato secondo modalità considerate ambientalmente corrette.
Il dato diventa ancora più significativo se osservato nel tempo. Secondo lo stesso Monitor, la quantità di e-waste generata annualmente è aumentata da 34 milioni di tonnellate nel 2010 a 62 milioni nel 2022 e, sulla base dello scenario elaborato dagli autori, potrebbe arrivare a 82 milioni di tonnellate nel 2030. ITU e UNITAR evidenziano inoltre che dal 2010 la produzione di rifiuti elettronici è cresciuta quasi cinque volte più rapidamente rispetto alla raccolta e al riciclo formalmente documentati. Anche in questo caso è importante distinguere i piani: 62 milioni di tonnellate è il dato rilevato per il 2022, mentre 82 milioni rappresenta una proiezione al 2030, non una quantità già osservata.
Il riciclo rimane quindi una parte essenziale del problema, ma interviene quando il dispositivo è già arrivato alla fine del proprio utilizzo. Per un’azienda esiste uno spazio di intervento precedente: capire quando quella fine sia stata realmente raggiunta. Un terminale che non copre più l’intero turno potrebbe avere una batteria deteriorata, mentre un’applicazione lenta può dipendere da configurazione, aggiornamenti o problemi software. Allo stesso modo, alcuni guasti possono essere riparati senza sostituire l’intero dispositivo. Non significa mantenere in servizio hardware ormai inadeguato o non più sicuro, ma evitare che il primo problema venga automaticamente interpretato come la necessità di acquistare qualcosa di nuovo.
È qui che il tema dell’e-waste comincia a uscire dal solo ambito dello smaltimento per entrare nella gestione del ciclo di vita dei dispositivi. Prima di chiedersi come riciclare un terminale, vale la pena capire se può continuare a svolgere correttamente il proprio lavoro, magari dopo una riparazione, un aggiornamento o la sostituzione di un componente. La durata non dipende però soltanto da ciò che facciamo quando compare un problema: comincia molto prima, nel momento stesso in cui scegliamo quale tecnologia introdurre in azienda.
Prolungare il ciclo di vita dei dispositivi riduce sprechi e sostituzioni
La durata di un dispositivo aziendale comincia dalla sua scelta. Un mobile computer utilizzato per un intero turno in magazzino, un tablet che accompagna un tecnico all’aperto o una stampante impiegata continuamente in produzione sono sottoposti a condizioni molto diverse da quelle di un dispositivo utilizzato occasionalmente in ufficio. Resistenza, autonomia, disponibilità dei ricambi, possibilità di sostituire la batteria, aggiornamenti del sistema operativo e durata del supporto del produttore incidono quindi sul periodo durante il quale l’hardware potrà continuare a svolgere il proprio compito. Un dispositivo poco adatto all’ambiente può richiedere riparazioni frequenti o arrivare alla sostituzione prima del previsto; al contrario, scegliere un prodotto sovradimensionato rispetto alle reali necessità non rende automaticamente più sostenibile l’investimento. Il punto rimane la corrispondenza tra tecnologia, applicazione e condizioni di utilizzo.
Una volta che i dispositivi sono entrati nella flotta, la questione si sposta sulla possibilità di conoscerne lo stato e intervenire prima che un problema ne determini prematuramente la sostituzione. Piattaforme di Mobile Device Management (MDM), strumenti di diagnostica e assistenza remota consentono di gestire configurazioni e aggiornamenti, controllare alcuni parametri e individuare anomalie senza avere necessariamente il terminale davanti. È un argomento che abbiamo già approfondito parlando di assistenza tecnica e manutenzione preventiva remota dei dispositivi aziendali e, in un contesto più specifico, dell’integrazione tra WMS e gestione remota dei terminali di magazzino. Qui interessa soprattutto la conseguenza di questa visibilità: avere più elementi per distinguere un dispositivo realmente arrivato a fine vita da uno che può tornare pienamente operativo con un intervento mirato.
La batteria rende questa differenza particolarmente evidente. La perdita progressiva di autonomia può compromettere il lavoro di un operatore e far apparire inaffidabile un terminale che, per il resto, continua a soddisfare le esigenze dell’azienda. Conoscere lo stato della batteria permette invece di valutare se sia sufficiente sostituire quel componente, evitando di intervenire sull’intero dispositivo quando non è necessario. Abbiamo dedicato a questo tema un approfondimento sulla gestione del ciclo di vita delle batterie dei dispositivi, perché in flotte numerose anche una componente apparentemente semplice può incidere sulla disponibilità dell’hardware e sulla programmazione delle sostituzioni.
È una prospettiva ripresa anche da SOTI nell’analisi sull’impatto ambientale della tecnologia, che indica proprio l’estensione del ciclo di vita dei dispositivi tra le azioni attraverso cui le organizzazioni possono affrontare l’impatto ambientale della propria tecnologia. Monitoraggio, diagnostica e troubleshooting possono contribuire a individuare problemi risolvibili prima di procedere alla sostituzione dell’hardware. Il principio, però, va applicato con equilibrio: prolungare il ciclo di vita non significa utilizzare il più a lungo possibile qualsiasi dispositivo, soprattutto quando non riceve più aggiornamenti di sicurezza, non supporta le applicazioni necessarie o non garantisce prestazioni adeguate. Significa far coincidere il momento della sostituzione con una necessità reale, anziché con la comparsa del primo problema.
Gestire la tecnologia in modo più sostenibile
Se osserviamo il percorso nel suo insieme, la sostenibilità digitale non può essere ricondotta alla scelta di un singolo prodotto definito “green”. Comincia dalla valutazione dell’hardware più adatto, continua durante gli anni di utilizzo attraverso aggiornamenti, manutenzione, gestione delle batterie, riparazioni e assistenza e arriva al momento in cui il dispositivo non è più adeguato e deve uscire dalla flotta. Anche il Digital Economy Report 2024 di UNCTAD inserisce l’allungamento della vita dei prodotti, la riparabilità, il riutilizzo e modelli maggiormente circolari tra gli elementi necessari per ridurre l’impronta ambientale della digitalizzazione.
In una flotta aziendale questo approccio richiede soprattutto informazioni. Sapere quali dispositivi presentano problemi ricorrenti, quali batterie stanno perdendo capacità, quali terminali non possono più essere aggiornati e quali anomalie possono essere risolte senza sostituire l’hardware consente di programmare gli interventi con criteri più precisi. La tecnologia utilizzata per gestire la flotta diventa così anche uno strumento per comprenderne meglio il ciclo di vita: non elimina l’impatto ambientale dei dispositivi, ma può aiutare l’azienda a evitare sostituzioni non necessarie e a utilizzare più consapevolmente ciò che ha già acquistato.
Su questo punto è importante non attribuire alla tecnologia benefici che non abbiamo misurato. Un intervento remoto, una batteria sostituita o un terminale mantenuto più a lungo in servizio non possono essere automaticamente tradotti in una determinata quantità di CO₂ risparmiata senza una valutazione specifica del ciclo di vita e delle alternative considerate. Possiamo però osservare risultati molto più concreti: meno sostituzioni premature, maggiore durata utile dell’hardware, possibilità di riparare un componente invece dell’intero dispositivo e una gestione più consapevole del momento in cui il prodotto deve effettivamente essere dismesso. È su questi elementi misurabili che sostenibilità e gestione operativa possono trovare un terreno comune.
Per Lexter, questo significa inserire anche il ciclo di vita tra gli aspetti da considerare quando progettiamo una soluzione tecnologica. Analizzare l’ambiente in cui verrà utilizzato un dispositivo, le applicazioni che dovrà supportare, le condizioni di lavoro, la gestione della flotta e le possibilità di assistenza nel tempo aiuta a scegliere una tecnologia che non risponda soltanto all’esigenza immediata. Il paradosso da cui siamo partiti rimane: la digitalizzazione richiede energia, materiali e nuovi dispositivi, ma può contemporaneamente offrire strumenti per utilizzare meglio le risorse. La sostenibilità della tecnologia passa anche dalla capacità di scegliere ciò che serve, mantenerlo efficiente e sostituirlo quando serve davvero.
FAQ
La sostenibilità digitale considera il rapporto tra tecnologia e sostenibilità da due prospettive complementari: da una parte l’impatto ambientale generato da dispositivi, infrastrutture e servizi digitali; dall’altra la possibilità di utilizzare le tecnologie per rendere più efficienti processi, consumi e utilizzo delle risorse. Per le aziende significa considerare anche come vengono scelti, utilizzati, mantenuti e sostituiti i dispositivi nel corso del tempo.
L’impatto ambientale della tecnologia comprende diversi fattori, tra cui estrazione e utilizzo delle materie prime, produzione dell’hardware, consumo energetico delle infrastrutture digitali ed e-waste generato a fine vita. La valutazione deve considerare l’intero ciclo di vita della tecnologia e non soltanto l’energia consumata durante il suo utilizzo.
Con rifiuti elettronici o e-waste si indicano apparecchiature elettriche ed elettroniche arrivate alla fine del proprio ciclo di utilizzo. Secondo il Global E-waste Monitor 2024 di ITU e UNITAR, nel 2022 ne sono stati generati nel mondo 62 milioni di tonnellate e il 22,3% risulta documentato come formalmente raccolto e riciclato secondo modalità ambientalmente corrette.
Il punto di partenza è scegliere dispositivi adeguati all’ambiente e alle attività per cui verranno utilizzati. Durante il loro ciclo di vita, monitoraggio, aggiornamenti, manutenzione, diagnostica, gestione delle batterie e riparazione possono aiutare a individuare problemi risolvibili e a evitare sostituzioni premature, mantenendo comunque come priorità sicurezza, prestazioni e compatibilità con le applicazioni aziendali.









